Il grado zero della società |

Pubblicato da Antonio MaccioniSeguimi su Twitter17/3/2010

C’è una questione affrontata nel recente lavoro di Aime e Cossetta (scomparsa della comunicazione teatrale nella Rete e sovrabbondanza di condivisione o presunta tale svincolata da territorio e comunità) che richiede una nuova definizione del fatto artistico nell’era dell’ultra-riproducibilità tecnica. Poi c’è uno scritto di Remo Pagnanelli risalente al 1985, e di recente riportato alla luce all’interno di una minuscola raccolta (Scritti sull’Arte, Edizioni Vicolo del Pavone 2007), che sembra invece anticipatamente proporre al tempo la stessa questione.

Gli scritti di Remo Pagnanelli sono opere brevi che si muovono dalle arti in generale al cinema, dalla pittura alla musica per concentrarsi maggiormente su alcuni problemi di estetica. Nelle pagine di Ipotesi (ipostasi) per una definizione della visionarietà, soffermandosi in particolare sul portato di autori come Benjamin, Gombrich, Eco, Panofsky, Lotman e Uspenskij, Pagnenelli si concentrava sulla visionarietà dell’arte in senso lato: l’intento era appunto quello di dimostrare la visionarietà dell’arte di ogni tempo. Lo statuto della visione – secondo ascendenza freudiana – potrebbe essere una sintesi di poli antitetici dell’esistenza (spinte pulsionali dell’individuo e leggi della società). In questo senso disturbi o perturbamenti diverrebbero visionarietà nel caso dell’arte, misticismo nella religione, allucinazioni nella psichiatria. Tale percorso porterebbe a considerare l’ordine come base del fatto artistico (anche il caos avrebbe le sue regole ben precise, sarebbe un ordine diverso ma mai disordine puro).

I fini eversivi e alternativi, rivoluzionari, se volete, del visionario, hanno illuso per parecchio tempo l’artista di poter cambiare il mondo (almeno nelle società in cui l’arte aveva un posto di rilievo), confluendo spesso con il movimento delle avanguardie: in realtà hanno cambiato il modo di vedere e di vivere il fatto estetico e il suo spazio, ma poco hanno potuto contro le omologazioni del potere (nelle arti visive, rappresentato dal mercato e dal museo).

L’arte si presenterebbe come un viaggio nell’ignoto: il vero artista si distinguerebbe dal folle o dall’allucinato poiché nel ritornare indietro porterebbe con sé un resoconto del viaggio stesso. L’artista secondo la ricostruzione di Pagnanelli formalizza una materia arcaica e tipicamente propria dell’umanità, recuperando allora un patrimonio comune, e pertanto l’integrazione di realtà e sogno sembrerebbe davvero valida.

In un contesto estetico di questo tipo, nella civiltà delle immagini ci si troverebbe davanti a un’equazione ulteriore, quella che coinvolgerebbe la visionarietà stessa e la sembianza. Sarebbe un punto di non ritorno e un’impossibilità di trasmissione di valenze semantiche. Pagnanelli parlava di un effettivo aumento incontrollato del fenomeno rumore di fondo e di un eccesso esagerato di immagini e delle immagini. Lo faceva nel mezzo degli anni Ottanta. Diceva che nell’arte la sovrabbondanza di segnali porterebbe comunque a un suo ribaltamento nel grado zero della testualità/società.

Ci si potrebbe ancora chiedere in che modo – le venticinquenni riflessioni di Remo Pagnanelli – possano parlare di nuovo all’estetica e all’arte attuale nell’era 2.0 della condivisione più facile.

Pavel A. Florenskij
La concezione cristiana del mondo

a cura di A. Maccioni
Edizioni Pendragon
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