La stagione degli autori martiri |

Pubblicato da Antonio MaccioniSeguimi su Twitter16/8/2010

Ho comprato su BookRepublic Store Che fine faranno i libri? di Francesco M. Cataluccio. Naturalmente poi l’ho letto. A me BookRepublic Store (facebook; twitter; blog) piace abbastanza: sembra una realtà giovane e innovativa, e non si presenta come una riconversione di qualcosa che c’era già per presentarsi come una cosa nuova, ma è una cosa nuova e basta. BookRepublic serve per comprare libri in formato elettronico. Il libro di Cataluccio, che costa 3 euro, è in formato elettronico ePub (più agevole del Pdf anche perché il testo si adatta e si stiracchia sullo schermo). Trattandosi di un volume dalle dimensioni decisamente modeste (36 pagine), questo libro può essere letto anche in una posizione ingrata e scomoda (ovviamente per chi su sedie e scrivanie trascorre un’alta percentuale del proprio tempo). Dunque non è necessario scaricarlo o caricarlo su un lettore come quelli che hanno regalato a palate lo scorso Natale, e che presto si compreranno su Ibs, ma si può leggere tranquillamente anche davanti allo schermo del Pc di casa. Infatti io l’ho letto con Adobe Digital Edition, un programmino leggero che si trova anche qui e non ha nessun costo.
Francesco M. Cataluccio ha diretto Bruno Mondadori e Bollati Boringhieri. Che fine faranno i libri? è pubblicato da Nottetempo.

La nuova editoria (elettronica) diverrà un’industria piú semplice rispetto a quella odierna (in crisi). Sarà basata su una produzione piú artigianale e gestita da pochi addetti, tecnicamente molto attrezzati e assai sensibili ai contenuti dei libri. Gli apparati amministrativi, cresciuti a dismisura negli ultimi decenni, saranno ridimensionati per palese inutilità. Tutto tornerà a essere piccolo e non avrà bisogno di sofisticati e parassitari sistemi gestionali.

Se vi rimane tempo e voglia di imparare, dopo aver sorbito dibattiti basati sul nulla, sappiate che anche quando volumi cartacei si ridurranno al vezzo del collezionista, autori, traduttori (soprattutto quelli santi), redattori, impaginatori e grafici continueranno il proprio mestiere adattandosi a nuovi formati e nuove esigenze (ad esempio: la copertina per attirare lettori sugli scaffali non servirà più, ma ci vorrà dell’altro). Spariranno gli stampatori, e pure i promotori che agiscono sul libraio, lasciando spazio a un nuovo marketing quasi completamente basato sulla Rete. Distributori e magazzini diventeranno virtuali; gli uffici stampa, più che agire su giornalisti, informazione cartacea (sempre meno potente) ed esposizione in vetrina, lavoreranno sul passaparola. Rimarrà importante l’obbligo d’acquisto (quando un libro serve per un esame o per ragioni professionali) e la recensione. Spariranno le librerie nella loro forma attuale.

iTunes è diventato in pochi anni il maggior punto vendita di musica e ha spostato l’acquisto unitario dall’album alla singola traccia, rivitalizzando un mercato in declino. Forse questo cambiamento sarà immaginabile anche nel consumo dei libri: avremo la possibilità, per esempio, di acquistare (pagando molto meno) soltanto un racconto di una raccolta; un capitolo “di prova”; la parte di un libro necessaria per un esame; un capitolo inedito o successivo alla diffusione di un’opera.

Scrive lo stesso Cataluccio, e ripenso alla discussione seguita a questo post:

Le recensioni sono legate a un meccanismo sempre piú compromesso di autorevolezza e competenza, che da tempo è entrato in crisi, tanto che non è peregrina la domanda che già oggi molti si pongono: salvo qualche rara e pregevole eccezione, dove sono finiti i critici? La critica passerà in parte nei blog e nelle forme piú varie in cui si raccolgono “comunità di lettori”, come, per esempio, aNobii.it, che prende nome dall’Anobium punctatum, il tarlo della carta.

Ovviamente la sfida

a cui sono chiamati tutti coloro che, a vario titolo, lavorano nell’editoria, è quella della qualità e del rigore, per evitare che i lettori vengano risucchiati in un gorgo indistinto di materiali. L’unico modo per salvare la cultura è quello di migliorare e raffinare la qualità dei contenuti e delle forme. Bisogna produrre testi e libri sottoposti a scrupolose cure redazionali, con una grande attenzione alla lingua (che non dovrà mai scadere nella sciatteria e nella banalità), e alla precisione delle note e all’attendibilità dei riferimenti bibliografici, nel caso in cui siano previsti.

Naturalmente la questione più spinosa rimane quella di un copyright che dovrà essere almeno in parte ripensato e rivalutato. Secondo Cataluccio le royalties non potranno più durare settant’anni dopo la scomparsa dell’autore, ma il diritto più ragionevolmente potrà vivere fino alla morte dell’autore stesso (aprendo al rischio della sua eliminazione fisica per ovvie e tristi ragioni).
Bene. Sappiate che BookRepublic Store funziona; che Cataluccio è simpatico, esperto e scrive bene; sappiate che l’ePub si legge agilmente e costa meno della carta. Io l’ho pagato. Cataluccio ne parla ma non mi convince: come risolvere (ma definitivamente) l’infinita condivisibilità di testi e formati? Inoltre sappiate: Che fine faranno i libri? si può leggere gratuitamente qui.
Riavvolgete il nastro.

Pavel A. Florenskij
La concezione cristiana del mondo

a cura di A. Maccioni
Edizioni Pendragon
Puoi ordinarlo anche su Ibs, Webster, Libreriauniversitaria, Itacalibri, Bol, Abebooks, Amazon, DeaStore.

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Filed under: Reti sociali ed editori

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  • http://orientalia4all.net/ Enrica Garzilli

    “come risolvere (ma definitivamente) l’infinita condivisibilità di testi e formati?”

    questo è un bel problema, infatti noi lo abbiamo risolto tempo fa chiudendo i journals. Cioè tagliando i pezzi, mettendo un copyright, e chiedendo alle biblioteche di firmarlo. Tutela noi, ma soprattutto gli autori, che se sono scopiazzati su Internet ovviamente non vogliono pubblicare. Senza pensare che in Italia le pubblicazioni digitali per i concorsi valgono meno di zero, se tutti le possono riprodurre. E magari falsificare la data di pubblicazione, così da apparire che hanno pubblicato prima.

    Paradossalmente, proprio un paio di miei articoli sono stati copiati verbatim da una studiosa indiana che li ha spacciati per suoi in una conferenza internazionale (bella faccia eh?) e due nostri articoli, di due noti studiosi, sono stati copiati in un libro pubblicato dalla SOAS di Londra. Avremmo potuto fare causa e vincerla: lunga, molto dispendiosa, in parte inutile, visto che il loro libro era già in circolazione anche presso le biblioteche. SOAS (che ovviamente non ne sapeva niente) è uan garanzia per tutti (autorevolezza).

    Ho preferito invece scrivere quello che pensavo scientificamente, ma senza peli sulla lingua, portando evidenze e documenti a riprova, di un libro molto corposo, e molto lavorato, scritto e pubblicato da chi aveva curato il libro per il SOAS copiandoci.

    E l’ho pubblicato sulla rivista di rensioni di Harvard! Mi sono bruciata le recensioni, visto che la moglie del responsabile scientifico della rivista era (è) molto amica dell’autore, ma ho detto quello che sinceramente pensavo, che di solito preferisco non dire o che, se dico, attenuo molto, fedele al principio che qualcosa di buono in ogni carta scritta, anche più o meno straccia, c’è. E che al mondo c’è posto per tutti. E che la qualità si vede. E pure che non perdo tempo con chi o con quello che non mi piace.

    Penso che all’autore non gli sia andata bene. Voglio dire, non si può prendere in giro gli altri, studiosi e studenti, riproponendo (in entrambi i libri) cose già scritte da altri molto meglio! Non siamo tutti sprovveduti e ignoranti, o non sempre almeno.;)

  • Enrica Garzilli

    “come risolvere (ma definitivamente) l’infinita condivisibilità di testi e formati?”

    questo è un bel problema, infatti noi lo abbiamo risolto tempo fa chiudendo i journals. Cioè tagliando i pezzi, mettendo un copyright, e chiedendo alle biblioteche di firmarlo. Tutela noi, ma soprattutto gli autori, che se sono scopiazzati su Internet ovviamente non vogliono pubblicare. Senza pensare che in Italia le pubblicazioni digitali per i concorsi valgono meno di zero, se tutti le possono riprodurre. E magari falsificare la data di pubblicazione, così da apparire che hanno pubblicato prima.

    Paradossalmente, proprio un paio di miei articoli sono stati copiati verbatim da una studiosa indiana che li ha spacciati per suoi in una conferenza internazionale (bella faccia eh?) e due nostri articoli, di due noti studiosi, sono stati copiati in un libro pubblicato dalla SOAS di Londra. Avremmo potuto fare causa e vincerla: lunga, molto dispendiosa, in parte inutile, visto che il loro libro era già in circolazione anche presso le biblioteche. SOAS (che ovviamente non ne sapeva niente) è uan garanzia per tutti (autorevolezza).

    Ho preferito invece scrivere quello che pensavo scientificamente, ma senza peli sulla lingua, portando evidenze e documenti a riprova, di un libro molto corposo, e molto lavorato, scritto e pubblicato da chi aveva curato il libro per il SOAS copiandoci.

    E l’ho pubblicato sulla rivista di rensioni di Harvard! Mi sono bruciata le recensioni, visto che la moglie del responsabile scientifico della rivista era (è) molto amica dell’autore, ma ho detto quello che sinceramente pensavo, che di solito preferisco non dire o che, se dico, attenuo molto, fedele al principio che qualcosa di buono in ogni carta scritta, anche più o meno straccia, c’è. E che al mondo c’è posto per tutti. E che la qualità si vede. E pure che non perdo tempo con chi o con quello che non mi piace.

    Penso che all’autore non gli sia andata bene. Voglio dire, non si può prendere in giro gli altri, studiosi e studenti, riproponendo (in entrambi i libri) cose già scritte da altri molto meglio! Non siamo tutti sprovveduti e ignoranti, o non sempre almeno.;)

  • http://comelacarta.net/index.php/libri/notizie/ebook-doctorow/reti-sociali-ed-editori/ In volo sopra il Texas | Reti sociali ed editori

    [...] sono solo marketing. Ovvero: sono marketing perché, ad esempio, vengono rilasciati contestualmente all’uscita di un nuovo volume, e vengono rilasciati perché aumenterebbero le vendite. Ma il marketing non è tutto. Si tratta di [...]

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