I giorni di piombo del sequestro Moro

G. Floris, Il lato destro, Cuec, Cagliari 2006

L’Unione Sarda, 3 febbraio 2007

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Tratto dalla piece teatrale codiretta con Lorenzo Fontana, Il lato destro di Gianluca Floris raggiungeva le librerie isolane precedendo l’esito narrativo che avrebbe condotto l’autore cagliaritano fino alla Mondadori (La preda, 2006). L’opera seconda di un cantante lirico per mestiere, ma scrittore per vocazione, sorvola con occhi surreali gli anni settanta della Repubblica italiana, puntando dritto lo sguardo su quel marzo del 1978 in via Stresa, angolo via Fani, nella Roma capitale.

Sullo sfondo di una vicenda controversa, la penna di Floris traccia il verosimile racconto della vita di un mercenario assoldato per annientare la scorta dell’onorevole Aldo Moro: tratteggia la psicologia fredda e perversa di un sicario che scivola silenzioso dietro le quinte di una città sonnolenta, raccontando la storia di un soldato di professione come tanti. Scelto dalla misteriosa organizzazione per la sua spregiudicatezza: il sicario di Floris aveva imparato a camminare nella giungla senza far rumore, a stare sottovento, a giudicare la gente dal primo sguardo e ad uccidere. Sottigliezze e accorgimenti che tracciavano improbabili esperienze professionali, passate per il continente africano e l’America latina: e in poco più di cento pagine l’autore poteva ridisegnare una storia che ha il sapore di quelle vite che si nascondono all’ombra di una città mediterranea, che è come Genova e come Cagliari. Posti dove il cammino è sempre fatto di passi identici messi uno davanti all’altro, ma accumulati con costanza, senza farsi fuorviare da falsità come le romanticherie e i grandi ideali, perché i posti sono sempre uguali.

Uno di quei pezzi di mondo dove la sera si incrociano passanti con la pelle bruciacchiata dal sole, e la vita degli altri se non può essere vista può essere almeno immaginata attraverso rughe profonde che solcano il viso, che però la nascondo. Quello di Floris è un romanzo crudele dove però la violenza non è fine a se stessa, sembra invece scritto per ricordare e per pensare, e anche per questo è pieno di inquietante silenzio. «Ci sono avvenimenti della vita che non si devono raccontare a nessuno perché nessuno capirebbe mai, e ai pochi che potrebbero capire non c’è bisogno di dir nulla».

Gianluca Floris esordisce come autore di testi radiofonici a sedici anni, prima delle sceneggiature per audiovisivi e dell’approdo narrativo siglato dall’editore nuorese (I Maestri Cantori, Il Maestrale 2000). Tenore solista, nato a Cagliari nel 1964, inizia la sua carriera al teatro Regio di Parma nel 1991. La storia rievocata nel suo secondo romanzo viene ricordata come una delle più feroci azioni terroristiche della recente storia italiana. è il barbaro assassinio dei cinque agenti della scorta prima del sequestro di Aldo Moro, che per Gianluca Floris potrebbe essere il pretesto per un noir come tanti, forse una malcelata pretesa di attualità per guadagnarsi il lettore.

Eppure «pensate a tutti coloro che negli anni mi hanno pagato per tutto quello che ho fatto, pensate a quanto hanno guadagnato i miei committenti grazie alle mie azioni. Pensate a quali sono stati i loro vantaggi politici e economici. Pensate alla mia professionalità quando vedrete delle immagini raccapriccianti alla TV mentre siete seduti al caldo a casa vostra». Leggere un romanzo quando la fiction si confonde col reale, quando Ricci, Leonardi, Ravera, Zizzi e Iozzino in quell’agguato ci sono morti davvero, sapere che dopo i fatidici cinquantacinque giorni di detenzione Aldo Moro venne ucciso, macchiando di altro sangue una recente pagina di storia contemporanea, non può essere un atto neutro, non si chiude semplicemente con le cento pagine di un libro, che è troppo breve, è minimo davanti a ciò che accade. Non tutto si perde al buio di locali fumosi che hanno le piastre incrostate di strutto di bassa qualità, dove l’odore di sigaretta si confonde con quello dolciastro dei bicchieri sporchi di birra, dove le cicche spente «traboccavano dai posacenere sempre troppi piccoli». Così come accade nella realtà, o almeno come accade in una sua verosimile e simbolica riesposizione, quando il momento diventa troppo piccolo e lontano, forse in reazione la vita trabocca: ed è allora che la storia continua a parlare e a raccontare, allora ritorna.

Antonio Maccioni


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