Le anime morte di Nikolaj Gogol’

Segnalazione

Nikolaj Gogol’, Anime morte, Garzanti, Milano 2004, pp. 407.

Dialogo, 31 marzo 2006

«Penso al modo in cui è morto Gogol’ – scriveva nella prima metà del ‘900 un giovane Ivanov – a come l’hanno tormentato con il giudizio universale,
a come l’hanno costretto ad entrare a forza nella vasca da bagno». Scegliamo una delle edizioni prodotte dall’ultimo panorama editoriale, in recente ristampa, per ragioni di esclusiva convenienza economica nella selva delle numerose traduzioni. Romanzo tanto decantato, quanto geniale, quanto citato e forse poco letto dagli stessi predicatori letterari. L’ironia, il grottesco di un viaggiatore anomalo come Čičikov, che cammina solo e tiene compagnia, la comicità russa che ha fatto scuola, la visionarietà di un narratore insoddisfatto che profetizzava l’avvento del capitalismo in quella terra madre, dove forse i posteri non avrebbero udito.

Uno scrittore cristiano, come molti dei suoi contemporanei e conterranei, ma in modo personale. Fedele allo stremo e fino alla follia, fino al trapasso dello stesso punto di riferimento, fino alla degenerazione per alcuni, ossessionato dalla penitenza e dal privato impegno per l’espiazione dei peccati. E qui confinava forse la gioia, per darla nelle sue pagine. Un autore che domandava in prestito all’amico Puškin il soggetto per una nuova stesura. Che bruciava per intero la seconda parte del romanzo, per lo sconforto, o l’insoddisfatta esultanza, di chi un giorno l’avrebbe cercata.

Antonio Maccioni


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