L’arte, il simbolo e Dio di Belyj e Florenskij

Segnalazione

A. Belyj e P.A. Florenskij, L’arte, il simbolo e Dio. Lettere sullo spirito russo, Medusa, Milano 2004, pp. 93.

Dialogo, 15 aprile 2006

Un poeta visionario e un mistico cristiano ortodosso. Due storie di vita e due destini così distanti, eppure affini. Ventidue lettere scritte di getto, personali, e la storia di un’amicizia ben poco comune. Belyj, scomparso per un colpo di sole, calendario sul 1934. Padre Pavel, fucilato nei pressi di una Leningrado datata 1937, uno dei tre esponenti della cristianità orientale indicati da Giovanni Paolo II (Fides et Ratio) come raro esempio del fecondo incontro «tra ragione e rivelazione, ricerca filosofica ed esperienza di fede».

Eppure qualcuno raccontava, qualche tempo fa, che soltanto i santi e i poeti possono annaffiare l’asfalto sperando che ne nascano gigli. Florenskij ha 24 anni, scrive da Sergiev Posad a un amico scapestrato il 31 gennaio del 1906, era l’alba: «Mi sembra come se avessimo sete nel deserto e gocce preziose ci scorressero tra le dita, venissero assorbite dalla sabbia avida e, per quanto noi serriamo le dita, l’acqua gocciolasse sempre. Noi ce ne dimentichiamo e ci perdiamo. Io non parlo della morte come della morte, perché non credo alla morte e non temo la morte». Buona Pasqua.

Antonio Maccioni


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