La vedova scalza di Salvatore Niffoi

Segnalazione

Salvatore Niffoi, La vedova scalza, Adelphi, Milano 2006, pp. 182

Dialogo, 12 novembre 2006

De Gruyter, Gallimard, Adelphi, Einaudi: se si volessero individuare i vertici editoriali del nostro continente, si potrebbe rispondere così. Si fanno posto tra loro anche Michèddu e Mintònia che scendevano al mare, che avevano le unghie nere come artigli e le braccia e le gambe graffiate dai rovi, «più forti dei figli dei gagà» perché vaccinati dalla miseria contro ogni lusso e contro ogni sperpero.

Affondavano nelle acque «maghiargie» che mettevano allegria, dopo l’abbraccio più forte e prima della vendetta che insanguinerà la coscienza di Mintònia – lei che amava la lettura e che a sentire la gente si sarebbe fatta «a dottora» – nell’espiazione di un amore morto ammazzato dalla feroce banditanza. Il romanzo di un maestro elementare focoso e ironico, barbaricino e deleddiano quanto basta, artigiano e radicato nella sua terra: è il secondo Adelphi di Salvatore Niffoi che conquistava il prestigioso Campiello, e che adesso stravende nelle librerie della penisola quando ormai anche Il Maestrale può sentirsi al sicuro. Nuoro può consegnare raccoglitori cartonati con le prime edizioni dell’autore di Orani, come prima anagrafe di un impagliatore di vocaboli che disinvolto adesso ci spiega come fare in pochi mesi l’intero giro dell’Europa. Perché Niffoi sarà pure inflazionato ma non è Dan Brown, e ci sembra epocale. Poi «a Daliu, la nostra creatura, perché non vedessero quello che avevano fatto al babbo, lo prese in braccio tzia Brasiedda e lo portò a casa di parenti, nel vicinato di Sas Istajeras. Via, anima mia, via da questo sciù sciù di fardette e gambali».

Antonio Maccioni


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