Il cinema di Tarkovskij di Simonetta Salvestroni
Segnalazione
S. Salvestroni, Il cinema di Tarkovskij e la tradizione russa, Edizioni Quiqajon, Magnano (Bi) 2005.
Dialogo, 31 ottobre 2007
Scrisse il regista Andrej A. Tarkovskij, formatosi all’Istituto statale di cinematografia dell’Unione Sovietica, in tempi in cui la stessa visione del cinema occidentale veniva proibita ai giovani studenti, quasi come scrittori senza biblioteca e musicisti senza concerto, in Scolpire il tempo: «Entrando in contatto con il capolavoro l’uomo comincia a sentire lo stesso richiamo che ha spinto l’artista a crearlo. Allora si realizza il collegamento fra l’opera e lo spettatore e l’uomo sperimenta uno sconvolgimento spirituale elevato e purificatore». Tarkovskij, come il Boriska del film Andrej Rublev, che non ha ricevuto dal padre morente il segreto per la fusione delle campane, vive in un mondo che ha sepolto le tradizioni artistiche, che ha dimenticato la strada che conduce alla bellezza. Scrive l’autrice: «Gli interrogativi e le larghe risposte soggettive che il protagonista e il suo autore esprimono […] sono in sintonia con quelle formulate dai grandi poeti, narratori, teologi della tradizione russa e insieme inquietanti e attuali non solo per l’Unione Sovietica di quegli anni, ma anche per il mondo occidentale di oggi».
Antonio Maccioni
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S. Salvestroni, Il cinema di Tarkovskij e la tradizione russa, Edizioni Quiqajon, Magnano (Bi) 2005.
Dialogo, 31 ottobre 2007
Scrisse il regista Andrej A. Tarkovskij, formatosi all’Istituto statale di cinematografia dell’Unione Sovietica, in tempi in cui la stessa visione del cinema occidentale veniva proibita ai giovani studenti, quasi come scrittori senza biblioteca e musicisti senza concerto, in Scolpire il tempo: «Entrando in contatto con il capolavoro l’uomo comincia a sentire lo stesso richiamo che ha spinto l’artista a crearlo. Allora si realizza il collegamento fra l’opera e lo spettatore e l’uomo sperimenta uno sconvolgimento spirituale elevato e purificatore». Tarkovskij, come il Boriska del film Andrej Rublev, che non ha ricevuto dal padre morente il segreto per la fusione delle campane, vive in un mondo che ha sepolto le tradizioni artistiche, che ha dimenticato la strada che conduce alla bellezza. Scrive l’autrice: «Gli interrogativi e le larghe risposte soggettive che il protagonista e il suo autore esprimono […] sono in sintonia con quelle formulate dai grandi poeti, narratori, teologi della tradizione russa e insieme inquietanti e attuali non solo per l’Unione Sovietica di quegli anni, ma anche per il mondo occidentale di oggi».
Antonio Maccioni
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