Fiabe di Hans Christian Andersen
Segnalazione
Hans Christian Andersen, Fiabe, Einaudi, Torino 2005, pp. 655.
Dialogo, 12 febbraio 2007
Hans Christian Andersen nasce figlio di un ciabattino e di una lavandaia in un’isola della Danimarca nel 1805. Pubblica i primi lavori in piccoli volumi e su rivista, come introduzione al suo riscatto da una vita umile trascorsa in povertà. C’è chi considera le sue fiabe come le uniche «fiabe cristiane» dell’intera letteratura: per il loro senso di adesione alla Provvidenza, per il loro continuo ripensare una morte (cha paradossalmente in Andersen gioca un ruolo fondamentale perché scrivere fiabe non equivale all’essere bugiardi) come nero passaggio verso un mondo adiacente ma luminoso. La raccolta viene pubblicata in prima stampa nel 1952 e nuovamente tradotta nel 1992 da due allieve di Knud Ferlov. Nella sua introduzione Gianni Rodari rilancia il ruolo del fiabesco perché decisivo nella formazione di una mente aperta a tutte le direzioni del possibile, mentre «toccano, nel bambino, la molla dell’immaginazione: una molla essenziale alla formazione di un uomo completo. Le fiabe non servono ad allevare esecutori diligenti e limitati, consumatori docili e fiduciosi, subalterni soddisfatti ed efficienti, insomma, gli uomini che servono a un mondo che abbia il mito della produttività. In questo senso le fiabe sono altamente improduttive, come la poesia, l’arte e la musica. Ma l’uomo deve anche poter immaginare un mondo diverso e migliore, vivere per crearlo».
Antonio Maccioni


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