Ennio Morlotti di Francesco Biamonti

Segnalazione

Francesco Biamonti, Ennio Morlotti. “Pazienza nell’azzurro”, Ananke, Torino 2006, pp. 135.

Dialogo, 31 marzo 2007

Francesco Biamonti, approdato alla narrativa in età adulta e scomparso nel 2001, viene riscoperto come critico d’arte e «filosofo del visibile» a partire dalla riflessione sull’opera di Ennio Morlotti.

Scrisse proprio all’amico pittore, nell’ottobre del 1981, pochi anni prima dell’esordio con L’angelo di Avrigue: «Tenevo il silenzio, pur soffrendone, perché oppresso da un vago senso di colpa, di cui ora, a libro finito, mi sento completamente liberato». Aggiungendo poi: «Il libro forse uscirà da Einaudi: è piaciuto molto a Calvino». Così negli scritti inediti (pubblicati in una serie che, dal russo Lev  Šestov a Ferruccio Masini, si presenta come collana di filosofia diretta da Marco Vozza) in poche battute senza pretese cita Heidegger, Camus, Sartre, Husserl, Herder, Merleau-Ponty. Per un romanziere tardivo, mistificato dall’etichetta dell’Einaudi che l’avrebbe voluto «coltivatore di mimose», forse questo non era poco. L’arte della «condizione umana» di Morlotti, l’«essere delle lontananze» mutuato da Heidegger, la riscoperta del Mediterraneo, la risonanza simbolica del mare, tracciano nelle sue parole lievi una filosofia della vita dipinta. Ma come nei suoi romanzi, in una terra rovinosa e pesante dove Dio è nascosto, non muore la nostalgia della «tranquilla cadenza» degli ulivi.

Antonio Maccioni


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