Bàrnabo delle montagne di Dino Buzzati

Seganalazione

Dino Buzzati, Bàrnabo delle montagne, Mondadori, Milano 1979-2006, pp. 109.

Dialogo, 30 giugno 2006

«L’incertezza esistenziale di Buzzati si risolve in stupore, in magia, in grottesco, in ironica eleganza» scriveva Raffaele Crovi nel novembre del 1963. Il 10 luglio del 1928, l’autore cresciuto tra le montagne poco lontano da Belluno, aveva esordito nelle pagine del giornale come cronista.

Annotava nel suo diario: «Oggi sono entrato al Corriere, quando ne uscirò? – presto te lo dico io, cacciato come un cane». Ci rimase sino alla fine. Come il guardaboschi Bàrnabo, archetipo creativo, Buzzati continua a vigilare sul territorio circostante, all’apoteosi del suo favolismo morale: e il mistero viene raccontato come fatto di cronaca, e il fatto di cronaca come mistero. «È che tutti vivono così come se da un’ora all’altra dovesse arrivare qualcuno; non l’assalto di un nemico, ma qualcuno, sconosciuto; non si può dire chi. Si guarda intanto verso le alte cime; esse sono grigie e sopra passano nubi dello stesso colore sempre uguali, sempre uguali». Allora, il narratore attende inappagato il furibondo esercito, i briganti oltre la Polveriera, una nuova stagione: «A leggere nei libri ci sarebbe da credere che a un certo punto tornerà l’estate. Sarà, forse, ma quando?».

Antonio Maccioni


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