Aceto, Arcobaleno di Erri De Luca
Segnalazione
Erri De Luca, Aceto, Arcobaleno, Feltrinelli, 1992, pp. 117
Dialogo, 15 giugno 2005
“Non so da quanto tempo sono fermo, ma non posso più muovermi. Ho smesso di mangiare. Dopo le prime notti bianche sono sceso nel sonno duro della fame”. Il poeta dell’ultima narrativa italiana, napoletano del 1950, consegnava alla pagina nei primi anni ’90 uno dei suoi romanzi più riusciti. Sotto una casa tormentata dalla luce distante dei fulmini, gli occhi abbagliati, il vento a sfaldare la consistenza delle pietre e della terra: era lì che avvenivano gli incontri con gli amici del passato, e ogni nostalgia e ogni rimorso altrui ripercorrevano le parole del narrante come un dolore nuovo. In Erri De Luca si ritrova leggera la dolcezza triste dell’essere perduti, e come capita con gli oggetti si perde solo ciò che si possiede: buttati fuori dal rango più elevato dell’amore, dove lo stesso appartenersi si trasfigurava in arredi dell’intimità. Intanto erano gli anni a passare, misurati – non dalle lune, non dal battito del polso, non dalla pagina sfogliata di sera – dal verso del tempo. Sopra c’è la conca del cielo, sotto quella della terra: al centro il guasto improvviso, gli uomini, gola stretta fermata al primo sole di maggio, parola di un poeta cha ha dato molto disegnando pesanti nella scrittura i centimetri della vita.
Antonio Maccioni


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